dumping contrattuale

“Il dumping contrattuale non si combatte eliminando di fatto decine e decine di organizzazioni sindacali minori ed autonome”, dichiara Gilberto Gini segretario generale di Smart Workers Union, sindacato che ha aderito all’iniziativa del CIN (Coordinamento Intersindacale Nazionale).

I Motivi dell’iniziativa

Nei giorni scorsi il CNEL ha approvato una completa riorganizzazione dell’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro, dichiarando che su oltre 800 contratti collettivi nazionali depositati solo 150 verranno riconosciuti come “autenticamente radicati”.

I restanti 650 contratti che regolano i rapporti di lavoro di un numero significativo di lavoratori italiani vengono di fatto declassati a contratti privi di legittimità, non sulla base di una valutazione del merito salariale o normativo, ma applicando un criterio puramente statistico di “radicamento” che avvantaggia strutturalmente chi è già grande e consolida l’oligopolio esistente.

La deliberazione è stata accolta con entusiasmo unanime da CGIL, CISL, UIL, UGL, Confindustria, Confcommercio e Confcooperative. Questo consenso non è una prova di correttezza del processo: è la prova che chi ha deciso era anche chi aveva tutto l’interesse a decidere in quel modo.

Ciò che è stato presentato come uno strumento di contrasto al “dumping contrattuale” è in realtà una operazione di chiusura del mercato della rappresentanza, realizzata per via amministrativa, aggirando il Parlamento ed il Ministro del Lavoro, senza alcuna legge delega.

Il CIN (coordinamento intersindacale nazionale)

Il Coordinamento Intersindacale Nazionale (CIN), promosso da CONF.SELP, raccoglie e coordina una pluralità di organizzazioni sindacali autonome e associazioni datoriali — in particolare delle PMI — che operano con serietà, radicamento reale nei luoghi di lavoro e nei territori, e che rappresentano collettivamente:

  • Decine e decine di organizzazioni sindacali e datoriali con strutture operative attive;
  • centinaia di migliaia di lavoratori iscritti in settori produttivi reali;
  • centinaia di dipendenti e collaboratori delle strutture sindacali medesime, il cui posto di lavoro dipende dalla sopravvivenza delle nostre organizzazioni;
  • migliaia di PMI che applicano i nostri contratti e che dalla nostra esclusione riceverebbero un danno economico, reputazionale e competitivo diretto;
  • un patrimonio di competenza tecnico-giuridica in materia contrattuale, di sicurezza sul lavoro, di relazioni industriali, che il sistema non può permettersi di ignorare o disperdere.

“Non siamo soggetti marginali, non siamo a favore dei contratti-pirata. Siamo organizzazioni che da anni svolgono il loro mandato con rigore, che hanno resistito a pressioni e ristrettezze, e che ora si trovano condannate all’irrilevanza alcune nell’immediato, altre in modo progressivo da una decisione presa senza di noi e contro di noi” continua Gini.

Cosa chiede il coordinamento

Chiediamo con urgenza le seguenti azioni istituzionali:

  • Audizione parlamentare immediata presso le Commissioni Lavoro di Camera e Senato, da tenersi entro tempi ravvicinati, per esporre nel dettaglio la situazione e le sue conseguenze sistemiche. Il Parlamento deve essere informato prima che il processo si consolidi in modo irreversibile.
  • Sospensione degli effetti della deliberazione CNEL del 22 aprile 2026 fino all’adozione di una normativa primaria che disciplini in modo democratico e trasparente i criteri di misurazione della rappresentatività sindacale e datoriale.
  • Approvazione urgente di una legge sulla rappresentanza che finalmente dia attuazione all’art. 39 della Costituzione, stabilisca criteri oggettivi, verificabili e non discriminatori per la misurazione della
    rappresentatività, e garantisca a tutti i soggetti sindacali e datoriali un accesso equo e democratico al sistema delle relazioni industriali.
  • Apertura di un tavolo di confronto al Ministero del Lavoro che includa le organizzazioni sindacali autonome e le associazioni datoriali delle PMI attualmente escluse dai processi decisionali, al fine di costruire un sistema di rappresentanza realmente plurale e inclusivo.
  • Verifica delle implicazioni dell’accordo CNEL-ANAC in materia di appalti pubblici, per escludere che la selezione dei contratti “autentici” produca effetti discriminatori sulle imprese applicanti contratti non inclusi nella lista dei 150, in violazione dei principi di libera concorrenza e di non discriminazione.

“Il problema non è la riorganizzazione dell’Archivio nazionale” continua Gini, ” ma quello della mancanza di una legge sulla rappresentanza come prevede l’art.39 della Costituzione. Non possono essere gli accordi a definire chi è rappresentativo o meno”.

“La legge dovrà contenere anche un sistema di misurazione della rappresentatività trasparente e verificabile, senza il coinvolgimento di tutte le parti, il metodo “Brunetta” lo rimandiamo al mittente” conclude il segretario generale.

Leggi la notizia della riorganizzazione dell’archivio dei contratti diramata dal CNEL

I nostri comunicati stampa

Le nostre notizie