A Cortina d’Ampezzo emerge nuovamente il difficile conflitto tra vita professionale e responsabilità familiari, evidenziato dal caso di una dipendente di Cortina Marketing, ente ufficiale per la promozione turistica di Cortina d’Ampezzo.
Cortina Marketing è parte della Servizi Ampezzo Unipersonale Srl, società partecipata del Comune di Cortina d’Ampezzo.
La questione riguarda la flessibilità lavorativa, in particolare lo smart working, e la tutela delle lavoratrici madri.
L’azienda partecipata ha mostrato una chiusura significativa verso il lavoro agile, rifiutando una proposta mista (presenza e remoto) di una dipendente avanzata dal proprio avvocato, nonostante la donna dovesse affrontare 140 chilometri giornalieri con due figli piccoli a casa.
L’avvocato ha definito la situazione “sconfortante”, soprattutto considerando che una società pubblica dovrebbe essere all’avanguardia nelle politiche di conciliazione vita-lavoro.
La vicenda
La vicenda riguarda “Lisa” (nome di fantasia), assunta da Cortina Marketing nel 2023.
Lisa, già madre di un bambino, ha scoperto una seconda gravidanza ad aprile 2025. Nonostante il parere del medico che suggeriva maternità anticipata o smart working per via del pendolarismo, ha continuato a recarsi in ufficio.
Solo in seguito, l’azienda le ha concesso lo smart working, per poi revocarlo una volta rientrata dal congedo di maternità.
La situazione ha portato Lisa e il suo legale a rivolgersi alla Consigliera di Parità provinciale, ma l’azienda ha inizialmente disertato l’incontro, dimostrando una notevole insensibilità.
Solo dopo l’intervento dell’Ispettorato del Lavoro, la società ha ribadito la sua posizione, sostenendo che lo smart working non fosse previsto per nessuno e che concederlo a Lisa avrebbe discriminato gli altri impiegati.
L’azienda ha anche affermato che le mansioni di Lisa non erano compatibili con il lavoro da remoto, nonostante l’interessata avesse proposto una soluzione ibrida di tre giorni a casa e due in sede.
Questo episodio, secondo l’avvocato della lavoratrice e a nostro avviso, evidenzia una preoccupante mancanza di sensibilità culturale verso la conciliazione vita-lavoro, particolarmente grave per un’azienda pubblica.
Il caso di Lisa è diventato un simbolo della lotta per i diritti delle lavoratrici madri, sottolineando come molte donne siano ancora costrette a scegliere tra la carriera e la cura dei figli, una realtà inaccettabile nel 2025.
Leggi l’articolo de “il Dolomiti” che riporta la vicenda
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